Leggende e Curiosità
LA VOCAZIONE TURISTICA
Agerola si affacciò sulla via del turismo all’inizio del 1900. Dopo la realizzazione della rotabile da Castellammare e quelle interne Pianillo - S. Lazzaro e Pianillo – Bomerano il paesello uscì dal lungo e selvaggio isolamento e migliorò il proprio volto.
La prima vacanziera di riguardo, la contessa Junheim, cugina dell’ammiraglio Acton comandante della Reale Marina Napoletana, trovò ospitalità presso la Casa Comunale e fu festeggiata dal sindaco. Nel 1877 salì ad Agerola, per ammirarne le bellezze del posto, Giustino Fortunato, noto scrittore ed uomo politico. Accolto in casa Cuomo, nel villaggio Ponte, ebbe occasione di conoscere la difficile vita agerolese, fatta di stenti e di speranze. Dieci anni più tardi venne a trascorrere un periodo di riposo a S. Lazzaro l’onorevole Giuseppe Zanardelli, ministro delle Finanze. Nel 1890, quando fu percorribile la rotabile da Gragnano, le visite dei forestieri si fecero molto più frequenti, giunsero escursionisti a piedi, con carrozze e a cavallo. Vennero allestiti due stallaggi per il riposo e foraggiamento dei cavalli, uno a Pianillo centro e l’altro al bivio di S. Maria. Nel 1896 arrivò a S. Lazzaro, per scopi terapeutici, il cardinale Raffaele Monaco La Valletta, prefetto della Sacra Penitenzieria e Vicario del papa per la Basilica Pontificia di Pompei. Qualche anno più tardi fu la volta dell’ ammiraglio Palumbo della Marina Italiana e del duca Riccardo Carafa d’Andria, presidente della Deputazione Provinciale.
Il crescente arrivo di forestieri spinse il Decurionato ad occuparsi del decoro e dell’ immagine del paese e a stendere vari regolamenti comunali.
La gastronomia locale, l’ incanto delle montagne, l’ aria salubre divennero un forte richiamo per coloro che amavano libertà, svago e cercavano come terapia la quiete del posto. A Bomerano, a Pianillo e a S. Lazzaro furono aperte bettole, caffetterie, liquorerie e stallaggi. Una volta ultimate le rotabili interne, aprirono al pubblico l’Albergo Risorgimento, l’Albergo Genova e il Ristorante dell’Allegria. L’amministrazione comunale ebbe un apprezzabile riguardo del territorio ed una grande attenzione verso gli ospiti. Si susseguirono progetti di tranvia, di ferrovia elettrica, di funivia, di servizio d’auto. Inoltre, per incrementare il movimento turistico, si indisse il 3 settembre 1905 la Prima Gara Automobilistica Gragnano-Agerola e la piazza di Bomerano fu abbellita con un’artistica fontana.
Personaggi di grande rilievo iniziarono a frequentare il luogo. Il maestro Francesco Cilea, nella quiete di casa Coccia compose «Il Lamento di Federico»; nel 1906 l’onorevole Antonio Salandra, ministro delle finanze, vi si recò per conoscere di persona le bellezze del posto; il drammaturgo Roberto Bracco, vi elaborò, nel 1909, le vicende del suo capolavoro «Il Piccolo Santo»; lo scrittore Emilio Scaglione, vi ambientò i romanzi “Maria Letizia” e “Il Passo del diavolo”; e poi gli onorevoli Francesco Crispi, Enrico De Nicola primo Presidente della Repubblica Italiana e Giovanni Leone; Benedetto Croce, filosofo e critico letterario; Raffaele Viviani, attore e dicitore della poesia e della canzone napoletana; Nino Salvaneschi, poeta e scrittore; Bruno Colimoro, autore di una bellissima novella imperniata sulla vita di una ragazza agerolese; altro illustre frequentatore di Agerola, puntuale ed affezionato, fu il generale dei Carabinieri Luigi Ferrandini, membro dello Stato Maggiore della Marina Militare Italiana. Salvatore Di Giacomo, stregato dalle meraviglie del posto, creò la canzone Luna d’Agerola:
Tarantella! Si Agerola è bella,
dint’autunno cchiù bella se fa:
ll’aria è fresca – e, c’ ‘a luna nuvella,
quanta suonne se ponno sunnà!
Iate, iate p’ ‘o mare d’argiento,
suonne doce, parole e suspire:
ncopp’ ‘e scelle liggiere d’ ‘o viento
iate, iate luntano a vulà!…
Oi luna nuova,
cchiû gianca d’ ‘a cera,
bonasera!
Coro: Bonasera!
Tarantella! (nu suonno è sta vita,
ma pigliammece ‘o meglio ca dà!…).
Si a cantà chesta luna ce immita,
iammo, iammo a vederla spuntà!
Iammo a Ponta! E assettàte e guardanno
tante stelle ca luceno ncielo,
lassam’ i’ sti penziere addó vanno,
e addó vonno pe forza vulà!
Oi luna nova,
cchiù ghianca d’ ‘a cera,
bonasera!
Coro: Bonasera!
PRODUZIONI, ATTIVITÀ E MESTIERI ANTICHI
La proverbiale laboriosità degli agerolesi e l’abilità nel condurre attività agricole, artigianali e anche imprenditoriali hanno riscosso sempre una forte ammirazione. Le erbe fragranti e i pascoli vergini sulle colline sono stati un polo di attrazione e hanno consentito i primi insediamenti stanziali umani ad Agerola. L’ arte della coltura dei campi e della pastorizia hanno fatto brillare la comunità sin dai tempi antichi. Il latte salutare utile addirittura per la cura degli infermi ha rappresentato una peculiarità dei monti Lattari. La tradizione vuole che, anticamente, il latte agerolese giungesse a Gragnano attraverso canali costruiti con pietre e malta di calce. In realtà esso arrivava nei centri limitrofi a dorso d’uomo o d’asino, perché i canali in fabbrica erano igienicamente inidonei ed esposti a manomissioni.
I latticini esportati rappresentavano quanto di più gustoso e genuino potesse offrire Agerola nel campo dell’alimentazione. La ricotta, il cacio confezionato in gabbiette di giunco o di salice, le provole affumicate, i caciocavalli, le scamorze, il burro, erano assai richiesti, come lo sono tuttora. Le monache di S. Rosa del Convento di Conca dei Marini, utilizzavano per la realizzazione della loro famosissime sfogliatelle esclusivamente la ricotta proveniente da Agerola.
All’inizio del ‘900 questi prodotti caseari venivano perfino esportati a Londra. Oggi essi vengono distribuiti in tutta la Campania e in parte dell’ Italia, a Milano arrivano con aerei ogni mattina.
Altra attività molto sviluppata soprattutto nei secoli scorsi era l’ allevamento dei suini. Grano, castagne selvatiche, mele, ghiande e patate costituivano la consuetudine nell’ alimentazione dei maiali. Salami, prosciutti, salsicce, pancette, capicolli, pezzentine e nolle erano prodotte con carni tagliate a punto di coltello, insaporite con semi di finocchio, sale e peperoncino ed essiccate con molta cura. I grassi, fusi in paioli di rame ed aromatizzati con foglie di alloro e bucce di mele o di arancia, opportunamente conservati in vesciche o in vasi di terracotta, rendevano più saporiti e appetitosi i cibi conditi. Questo tipo di lavorazione ha sempre goduto di alto prestigio.
Anche se l’ allevamento e la pastorizia hanno avuto una grossa rilevanza nella produzione del reddito, l’ attività principale praticata nella zona è stata quella agricola. In un documento redatto in Amalfi ai tempi di Federico II, nel 1204, si trovano notizie sui terreni coltivati. I fondi per la maggior parte venivano lavorati dagli stessi che ne erano venuti in possesso, altri furono affidati a terzi. È molto probabile che i primi rapporti tra proprietari e concessionari siano stati regolati con patti di affidamento simili all’attuale comodato o anche con baratto. Larga diffusione ebbero i contratti enfiteutici, con l’obbligo dell’utente di pagare in danaro o in natura il canone al concedente e migliorare il bene affidatogli. Numerose consuetudini antiche, sono tuttora rispettate.
La frutta prodotta ad Agerola, apprezzata per la sua gustosità, raggiungeva i mercati dei paesi limitrofi per mezzo di animali da soma, o a spalla. A Napoli e a Salerno vi arrivava con barche in partenza da Castellammare e da Amalfi. Pere, mele, noci, castagne, rappresentavano la produzione tipica. Tra le pere, quella che detenne a lungo il primato fu la pennata dalla forma alquanto irregolare, dalla buccia verde acceso, ma dal sapore gradevolissimo che purtroppo oggi va rarefacendosi; seguivano le mastranduono, le spine, entrambe quasi estinte, e le montepertuso. Altre varietà non ebbero fortuna. Tra le mele maggiormente esportate vi erano le bianche a polpa zuccherina bianca, le limoncelle dal sapore aspro, le limoncellone ancor più aspre e di grossa pezzatura e le cotogne dalla buccia dura ma adatte alla lunga conservazione.
Le piante più redditizie e diffuse furono quelle del noce e del castagno. I frutti di quest’ ultimo albero venivano utilizzati nella lavorazione dei dolciumi e per l’ingrasso dei maiali, per questo mantennero a lungo un prezzo elevato.
Uno dei prodotti tipici della zona, diffuso sin da 1700, è la patata. Le sue proprietà alimentari e la possibilità di ricavarne piatti gustosi di vario genere, ne garantirono un’ ampia diffusione. Grazie ad essa poterono sfamarsi tante famiglie povere, però il suo vasto consumo fece diminuire quello delle farine, gravate da dazi e gabelle, questo causò un danno al comune.
L’ agricoltura a carattere intensivo e ad economia chiusa ebbe le sue limitazioni per la sistemazione a terrazza dei pendii, per la parcellizzazione della proprietà e per l’impossibilità di usare gli aratri, come nella vicina piana del Sarno. Nel ‘500 venne introdotta la coltivazione del mais, comunemente chiamato granodindia, e della segala, chiamata giormano. Ma ad Agerola si coltivò anche l’orzo, interessante per il suo ciclo vegetativo più corto degli altri cereali. La produzione di grano, cui si era interessati, purtroppo, fu sempre insufficiente, per cause climatiche e per l’invadenza delle colture foraggere. L’ approvvigionamento di grano avvenne sul mercato salernitano. Inoltre, per la confezione del pane si utilizzò molto il farro e il granturco, meno costosi. La coltivazione della segala fece sì che si affermasse un suo sottoprodotto, la paglia, richiesta per la copertura degli agrumeti, gli scarti, invece, venivano dati in pasto ai bovini.
Una tradizione molto antica, per la quale i mastri biscottieri di Agerola sono conosciuti in tutta la regione, riguarda la produzione di taralli, un piccolo biscotto tondeggiante e croccante che può essere consumato tanto asciutto che intriso nell’ acqua. Questa specialità viene prodotta con farine bianche e subisce una duplice cottura, prima in acqua bollente e poi in forno a legna. Le varianti del tarallo sono davvero tante. Esso si può gustare con le mandorle, le nocciole, gli arachidi, le noci, il finocchietto, il peperoncino, oppure con l’olio, la sugna e il burro.
Questa ghiotteria compariva sulle mense ed in occasione di particolari eventi della Costiera Amalfitana, e Sorrentina, ma anche a Salerno e a Napoli e nei paesi vesuviani. Mercati, peraltro, che sono detenuti ancora oggi.
Il passaggio da un’economia strettamente rurale e pastorale a una manifatturiera si ebbe grazie alla lavorazione della seta, un’ attività, che iniziò a svilupparsi nel 1200, retta, a monte, sull’allevamento del baco e sulla coltura del gelso ed a valle sulla proliferazione di filande e tintorie. Con l’avvio dell’attività serica il paese cambiò volto, perché si diffusero numerose filande che lavorarono a ritmo intenso per rifornire i fondachi di Amalfi e particolarmente di Napoli. Nella città partenopea operarono molti mercanti di origine agerolese e prese piede un notevole smercio di prodotti serici perchè vi dimoravano potenti operatori economici, nobili, autorità ed ecclesiastici. I drappi erano usati largamente nell’ornamento di case signorili, nell’addobbo di teatri, chiese e in occasioni particolari anche di piazze; da ciò si deduce la misura dell’arricchimento derivante dalla vendita di questo prodotto. Il più importante mercante agerolese di seta operante a Napoli fu Lisolo Lantaro.
Il periodo di massimo splendore del settore fu sicuramente il 1400, ma anche dal seicento alla metà dell’ ottocento la congiuntura fu positiva, tranne brevi periodi di crisi; ad un certo punto però, la mancanza di capitali consistenti, la difficoltà di acquistare macchine più avanzate ne causarono il declino. La seta pian piano lasciò il posto a nuovi tipi di tessuti, meno costosi e più pratici. Si cominciò allora a coltivare il lino ed il cotone.
L’importazione di pecore merino dalla Spagna favorì il diffondersi dell’ industria laniera. La lana prodotta veniva accuratamente lavata prima di passare alla filatura nei pubblici lavatoi o al fiume. Alla lavatura si provvedeva mediante sciacquatura con saponi fabbricati nella Costiera Amalfitana ed in laboratori locali a conduzione familiare. Per lo sbiancamento si ricorreva alla colata, preparata facendo bollire acqua, cenere, gusci d’uovo e foglie d’alloro, poi, ancora bollente, veniva versata sulla lana. I pastori, che nel periodo invernale ricorrevano alla transumanza
trasferendo il gregge nella zona di Scafati o di Striano, al ritorno in sede praticavano la tosatura a mano di ogni animale. Il valore del prodotto dipendeva da quanto erano sottili e lunghi i fili che lo componevano e dalla tinta.
Esperte massaie con i filati di lana producevano a mano con bastoncini o a telaio calde coperte, sciarpe e scialli, calzini e maglie. La lana, però, nei materassi e nei sacconi da letto, non veniva mai introdotta, perché costosa. Al suo posto in genere si usava il fieno.
Anticamente ad Agerola veniva praticata la lavorazione dei laterizi. Ne facilitarono la nascita la reperibilità dell’argilla rossa, la sua elevata plasticità e la possibilità di trovare legna in abbondanza per la cottura dei manufatti. Ruderi di muri costruiti a mattoni di terracotta, anfore, stoviglie ed altri oggetti vennero in varie epoche scoperti nel suolo del paese. Purtroppo di tutto questo materiale sono rimaste solo trascurabili tracce, perché dissotterrato in modo approssimativo e perciò mandato in frantumi.
Ancora visibili sul territorio sono la calcare per la produzione della calce mediante cottura di scaglie e di pietra calcarea. La loro forma caratteristica è a tronco di cono rovesciato e finestra ad altezza d’uomo per l’immissione della legna da ardere. Il settore offriva un commercio redditizio per questo intere famiglie vi si dedicavano. Nell’industria della calce erano occupati calcarari, esperti nell’accatastamento delle pietre, numerosi fascinari, che affastellavano i rami da bruciare, mulattieri addetti al trasporto del materiale legnoso dai luoghi di taglio e carbonai addetti all’insaccamento delle carbonelle. Le calcare oggi sono inattive, perché la calce è stata soppiantata da nuovi materiali da costruzione.
Singolare fu la produzione di ghiaccio conservato nelle fosse di ammassamento e compressione delle nevi cadute durante l’inverno. Di queste grandi buche ne esistono tracce in località Imbarrata ed in pochi altri luoghi. Nel ‘700 se ne esportava un po’ dovunque, dalla Costiera Amalfitana a quella Stabiese-Sorrentina, a Salerno e a Napoli. Generalmente le fosse avevano forma troncoconica rovesciata con diametro sull’orlo fino a otto metri e profondità tre. I nevaioli prima coprivano le pareti con frasche, erbe e foglie, poi vi ammassavano la neve e la comprimevano strato per strato a calpestío; in questo modo se ne evitava lo scioglimento nei periodi di aumento della temperatura esterna. Il ghiaccio proveniente dalle fosse di neve veniva usato anche per la produzione di gelati.
Poca fortuna ebbe ad Agerola l’industria della carta, introdotta nel 1836 mediante la costruzione di una cartiera in località San Bernardino, da parte del chierico don Avitabile, di cui oggi non restano che pochi muri ancora in piedi. L’ intento era emulare i maestri cartai amalfitani, che avevano alle spalle una esperienza ormai consolidata. Ad ostacolarne il decollo fu la mancanza di forti capitali per l’acquisto di moderne attrezzature, l’ ostilità del Comune e il difficile accesso al sito.
Assieme alla cartiera fu costruirono pure il molino detto di S. Bernardino, che ha avuto una vita più lunga perché il suo funzionamento è terminato solo nel 1946. Durante il Secondo Conflitto Mondiale esso lavorò alleviando le limitazioni del consumo di pane imposte dalla guerra. Altri molini presenti sul territorio erano quello della Vertina, nella borgata S. Maria la Manna e quello di Pino, nel casale S. Lazzaro, entrambi di proprietà comunale e infine quello del Marrone nella borgata Ponte.
Il mestiere di molinaro in passato fu molto redditizio, perché si riscuoteva un compenso per la molitura ed un abbuono in natura mediante la trattenuta di qualche rotolo di farina. Chi svolgeva quest’ attività, però, aveva anche l’ingrato compito di aiutare il gabellota della farina ad incassare il peso della gabella. Tra molini e fiscalità correva un’intesa solida, perché la gabella sul macino o molitura costituiva una buona fonte di entrate per il Comune.
Tra le attività che in passato hanno impegnato gli artigiani agerolesi, merita menzione la produzione dei contenitori per gli aridi che venivano costruiti intrecciando sottili assicelle di castagno o rami di salici. I cestai del luogo, assieme a quelli di Scala, furono i più accreditati nella realizzazione di cesti, cofani, sporte, panieri ed altri contenitori.
Come lo storiografo amalfitano, Matteo Camera, ha evidenziato ad Agerola fin dal XVI secolo si esercitò il commercio dei palmizi pamorerium, cioè dei bianchi rami di palma che si benedicono e si scambiano nella Domenica delle Palme. Questi, trasportati a Napoli venivano ulteriormente lavorati ed intrecciati per essere venduti in strada.
TRADIZIONI POPOLARI: I RITI PASQUALI
Le sante processioni teatralizzate, le sacre rappresentazioni penitenziali, le flagellazioni sono tutte cerimonie proprie del Venerdì Santo; nella cultura popolare italiana tutte queste espressioni costituiscono dei riti di meditazione collettiva sul mistero della morte. Da sempre la Settimana Santa ha rappresentato per la comunità agerolese un momento di forte interiorizzazione religiosa, si veglia, si piange, ci si flagella per ricordare e onorare il sacrificio di Cristo. Le pulizie della casa in questo periodo hanno lo scopo di eliminare lo sporco, simbolo del male, e preparano la casa alla benedizione somministrata dal sacerdote.
La “Processione dei Battenti” del Venerdì Santo, per la numerosa partecipazione dei fedeli, impegna, le strade principali del paese. Le varie scene della Passione di Cristo accrescono la religiosità popolare per la coinvolgente suggestività. Le movenze, le parole dei canti che animano la manifestazione, pur conservando la loro originalità, hanno subìto nel tempo qualche lieve modifica.
I Battenti hanno una storia, che affonda le origini in tempi immemorabili. Il loro nome deriva dal fatto che essi, si battevano la schiena con un robusto canapo e portavano un cappuccio bianco per nascondere il volto. Oggi sfilano in un lungo corteo a capo scoperto, in uniformi da soldati. Le loro armi sono una croce per alcuni, per altri l’elmo, lo scudo ed il gladio, per altri ancora una lunga asta appuntita, solo le pie donne conservano le vesti dimesse come quelle del tempo. Predomina, fra tutti, la figura del Cristo che soffre, impersonificato con orgoglio da uno degli uomini della comunità. Verso le 14.30, dalla Chiesa della Madonna di Tutti i Santi escono i Confratelli dell’ omonima Congrega assieme a quelli della Confraternita della Buona Morte di Bomerano; indossano la veste bianca, un cappuccio appoggiato sulle spalle e hanno la testa cinta da una corona di rovi, la maggior parte di loro reca delle lampade antiche che, quando si fa sera, s’accendono per illuminare il cammino del corteo. Uno di essi porta una croce che reca sul patibolum una larga striscia di lino bianco: la benda; altri, sorreggono una statua del ‘700 in cartapesta raffigurante la Pietà; l’Addolorata ha un mantello azzurro tempestato di stelle su una sopraveste rossa su cui sono fissate le sette spade confitte nel petto e sorregge, con immensa dolcezza, il corpo del Figliolo morto.
Il corteo attraversa tutto il paese fermandosi nelle varie chiese e nel cimitero; esso è svolto come una Via Crucis e durante il percorso un antico canto crea un’atmosfera di profonda mestizia: si tratta di un diesire con versi del Metastasio eseguito dalla banda del paese.
A Pianillo, nella parrocchia di San Pietro Apostolo, dopo le solenni funzioni del Venerdì Santo, quando ormai è notte fonda, i fratelli della Congrega della Madonna del Carmine si riuniscono nella sacrestia, indossano ampi camici bianchi con dei cingoli rossi e portano delle fiaccole resinose accese; da qui comincia la solenne processione del Cristo Morto. Una croce con delle bende viola e bianche apre il corteo, poi segue una barella sulla quale è deposto il Cristo tolto dalla croce. Nel mezzo del corteo si erge una austera figura vestita a lutto, è la statua della Madonna Addolorata, trafitta dalle sette spade, che accompagna il Figlio al sepolcro. La meta della processione è la vicina chiesa di S. Maria la Manna dove il corpo di Gesù viene deposto, il corteo ritorna poi, nella chiesa di San Pietro Apostolo.
Il mattino di Pasqua la statua del Cristo Morto riappare nella sua vetrinetta a simboleggiare la sua Risurrezione. Vari canti, il cui tema principale è il dolore di Maria vengono intonati.
Nella chiesa parrocchiale di S. Maria delle Grazie a Campora i fratelli dell’ omonima congregazione cominciano la processione della deposizione del Cristo nella vicina chiesa di San Michele.
La Passione di Gesù Cristo
La celebrazione pasquale ad Agerola, con la processione di Gesù Cristo è, allo stesso tempo, un’espressione di religiosità popolare e di folclore. Essa consiste in sette scene attuate in sette luoghi diversi; gli attori si muovono in processione da un posto all’altro, a partire dalla chiesa della Santissima Annunziata della frazione di San Lazzaro, che l’organizza. La prima e l’ultima scena si svolgono su un palco costruito nel Parco della Colonia montana che si trova non lontano dalla Chiesa, mentre le scene intermedie si hanno nelle frazioni di Ponte, Bomerano, Pianillo, Santa Maria e Campora. Il cast è composto da: Ponzio Pilato, Erode, Cristo, Maria, Maddalena, Veronica, due Pie donne, il consiglio del Sinedrio, alcuni anziani Ebrei, i due Ladroni, Giuda e gli Apostoli, Simone di Cirene, soldati appiedati e cavalieri, araldi e le guardie di Cristo; inoltre, vi è un narratore, che indossa un semplice abito e che rappresenta una figura centrale nella processione la quale dura più di cinque ore.
Su un piccolo ponticello tra le frazioni di Ponte e Bomerano, due cortei si incontrano: quello proveniente da San Lazzaro e quello del Cristo morto di Bomerano. Gli attori che impersonano il Cristo e Maria incontrano le statue della Madonna Addolorata e del Cristo Morto; il drammatico incontro diventa così una specie di visione futuristica rappresentante il futuro prossimo di Maria e Gesù
La rappresentazione della Passione di Cristo è una tradizione che va avanti dagli inizi del secolo; particolarmente suggestivi sono i costumi indossati dagli attori in quanto simulano appropriatamente il mondo romano, ad esempio per i soldati vi sono elmi, sandali, bianche tuniche e perfino le briglie dei cavalli rosse e dorate. Anche l’ interpretazione degli attori riscuote generalmente un grande successo.
Primo episodio: San Lazzaro
La rappresentazione prende il via sul palco costruito nella Colonia montana. La scenografia è rappresentata dal paesaggio: una collinetta verdeggiante dove si stagliano maestosi alberi di latifoglie tra i quali si apre lo squarcio di luce azzurra del Fiordo di Furore, uno dei punti più affascinanti della Costiera Amalfitana.
Secondo episodio: Ponte
Nel piazzale antistante la chiesa si svolge la scena in cui Barabba viene liberato al posto di Cristo, sono gli spettatori raccolti intorno alla figura di Pilato a chiedere che venga rilasciato.
Terzo episodio: Bomerano
Di fronte alla chiesa di San Matteo Apostolo viene rappresentata la scena del dialogo tra Cristo ed Erode e quella della condanna finale da parte di Pilato. Gli episodi si svolgono su un balcone di un vecchio palazzo che sovrasta la grande piazza dove sono dislocati tutti gli altri attori. La scenografia opportunamente allestita dà allo spettatore l’ impressione di trovarsi nel periodo romano. Pilato ed Erode vestono in modo sobrio e verosimilmente tipico dei tempi a cui si riferisce l’azione. I soldati che scortano Cristo, indossano tuniche marroni con calze arancioni e con elmetti nel rispetto del tempo e della tradizione. I sei uomini del Consiglio hanno un vestito bianco con turbante colorato; le Pie donne indossano invece abiti color pastello. Giuda veste come un villano, ha un grande mantello e un cappello color fango, il volto abbrutito da una severa barba nera. Il Cristo appare molto imponente inizialmente con una veste bianca ma poi per ordine di Erode viene coperto da un manto rosso simbolo della sua pazzìa. Pilato ed Erode sono dei personaggi il cui copione prevede un ruolo impegnativo, dovuto anche al senso retorico delle loro battute. Il Consiglio parla con tono sontuoso e spesso all’unisono, per dare l’ impressione del potere. Il compito degli attori è quello di trasmettere allo spettatore il senso della grande sofferenza subita dal Cristo prima della morte, la Passione viene vissuta in tutta la sua drammaticità. Durante la rappresentazione vi è un profondo silenzio interrotto dal ritmato scalpitío degli zoccoli dei cavall, si percepisce persino il rumore dei passi degli attori, questi rumori si fondono ai canti tradizionali agerolesi.
Quarto episodio: Pianillo
Cristo cade sotto il peso della Croce, il corteo viene accolto da una folla di spettatori lungo la strada e sui balconi che si stringono intorno agli attori.
Quinto episodio: Santa Maria
In questa scena si sente solo la voce del narratore, che commenta la seconda caduta di Cristo. Gli spettatori hanno ora molto più spazio per assistere agli avvenimenti, in quanto qui vengono riservate tre nuove zone per il pubblico, che comunque si accalca sui balconi, sui muri della strada e sulle scale della chiesa di Santa Maria la Manna.
Sesto episodio: Campora
Sulla piazza antistante l’imponente chiesa della Madonna delle Grazie, si svolge la scena dell’incontro della Veronica col Cristo. Le aree per gli spettatori sono disposte in modo da formare un cerchio attorno agli attori; qui l’atmosfera che si crea è del tutto particolare anche per la composizione della scenografia che è più austera e formale rispetto alle frazioni.
Settimo episodio: San Lazzaro
Mentre il cronista offre al pubblico una sintesi degli episodi che sono stati rappresentati in precedenza, dietro un tendone tre attori montano le croci; quando viene tolta la tenda appare il Cristo crocifisso tra i due ladroni. La scena ha luogo quando è ormai buio e la collina è illuminata tenuamente da riflettori colorati e da fiaccole poste lungo la parte finale del tragitto. Negli spettatori si crea profonda commozione.
Stanco ed esposto al vento, il Cristo è colui che realmente sente la sofferenza. L’attore che impersona Gesù prepara sé stesso sia spiritualmente che fisicamente, con un rigoroso digiuno prima e durante il Venerdì Santo.










