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Arte

LE CHIESE

Le numerose chiese e cappelle erette ad Agerola rappresentano una significativa testimonianza di fede e devozione della comunità. La voglia e l’orgoglio di averne una nella zona vicino alla propria abitazione, portò le famiglie più facoltose a dare il proprio contributo alla costruzione di questi luoghi sacri determinandone un’ ampio sviluppo. Attualmente il paese comprende cinque parrocchie: Bomerano, Campora, Pianillo, S. Maria La Manna, Ponte e S. Lazzaro, ma le chiese esistenti tuttora sono più numerose delle parrocchie.

 SAN LAZZARO E LE SUE CHIESE

 Chiesa della SS. Annunziata.

Situata in piazza Generale Avitabile, è sorta sulle rovine della chiesetta dedicata a San Lazzaro. In passato, nel basamento del suo campanile esisteva un’edicola protetta da un arco, e con un altarino in muratura e quattro croci in legno sovrastanti. Dopo la sua rimozione vi fu lasciata una nicchia, esistente ancora oggi, nella quale è posto un crocifisso in marmo di antica fattura, attualmente posizionato sull’altare maggiore all’interno della chiesa. Sul frontale prospiciente la piazza è fissata un’opera in tondino di ferro eseguita recentemente dall’artista tedesco Kneiser e raffigurante la Vergine.

 Nel 1605 la chiesa ospitava la Confraternita del SS. Sacramento, la quale incorporò nel 1707 la Congrega del Rosario e dei Morti. Risulta che ai tempi del parroco don Francesco Coccia (nel 1703) essa avesse i seguenti altari: S. Maria dell’Arco di patronato della famiglia De Stefano; del Rosario e del Carmine di patronato dei Lauritano; del Presepe di patronato di Gennaro Landolfi; di S. Antonio da Padova di patronato degli eredi di Filippo De Stefano; del Purgatorio retto da laici; di S. Gregorio di patronato di Luigi Coccia.

Nei secoli scorsi, la chiesa, vantava la proprietà del molino di Pino che però le causò una lunga lite con l’organo Comunale.

Nei primi anni dell’ 800, su ordine dell’ allora sindaco don Tommaso Acampora, vi furono trasportati diversi arredi sacri presi dal Convento di Cospiti soppresso nel 1803.

Nel 1908 la chiesa subì un furto di oggetti di grande valore che, nonostante il tempestivo intervento di alcuni ispettori di polizia, non furono più recuperati.

Cappella di San Cristoforo.

Ha origini molto antiche e più volte è stata interdetta nel corso degli anni,   ciò ne ha determinato l’ abbandono e quindi il degrado. Nel 1993 essa è stata restaurata sia all’ esterno che all’interno a spese di alcuni devoti.

Chiesa di S. Maria a Miano.

Risale al 700, fu costruita dalla famiglia Sasso in onore della Madonna della Purità. Peculiarità dell’ edificio è di avere un’ unica navata. Il 26 maggio 1840, la chiesetta, fu destinata a camposanto, ma l’intendente di Principato Citra annullò la delibera decurionale.

Cappella di S. Lucia.

Si trova in località Radicosa, pur dissacrata, nel 1840 fu scelta come camposanto provvisorio.

Convento di S. Francesco di Cospiti.

Poco si può dire rispetto alle sue origini e alla fondazione dato che la storia raccolta in memorie e documenti andò perduta ad opera del brutale saccheggio di turchi e saraceni. Si presume che esso sia stato costruito intorno all’ anno 1000 e che prima di passare all’Ordine Francescano sia appartenuto ai padri di S. Benedetto. Lo storiografo Francesco Pansa, scrisse che il convento fu edificato,  per accogliere gli eremiti, “cuospito” infatti vuole significare luogo degli ospiti, ma poi, fu abitato da monaci. Nel 1266, il convento, era sotto il patronato della famiglia Candido e, più tardi, della famiglia Molegnano proprietaria di un vasto territorio in S. Lazzaro che, ancora oggi porta quel nome. Fu quest’ ultima, nel 1380, ad apportare delle modifiche alla chiesa annessa al Convento.

Il personaggio più illustre legato alla storia di Cospiti è, senza dubbio, Sisto IV (1415 – 1484) che, vi giunse dal lato di Amalfi, per sfuggire ad una persecuzione prima di varcare il soglio pontificio. Il futuro Papa vi visse per circa due anni, passando parte del tempo in penitenza e preghiera in una grotta attigua alla chiesetta, che prende il nome proprio di grotta di Sisto.

Il popolo agerolese ebbe particolare cura di questo convento preoccupandosi di riparare i danni causati dai Turchi che lo diedero alle fiamme. Inoltre, essi, superando lo scomodo accesso, visitavano devotamente la Chiesa, si confessavano e assistevano alle funzioni religiose, adempimenti che poi ripetevano il giorno del trapasso di S. Francesco.

Il complesso di Cospiti era formato dalla casa occupata dai religiosi, dalla chiesa e da terreni e boschi. La chiesa era abbellita da numerose pitture di Fra’ Mattia da Pogerola, che era stato anche Guardiano del Convento. Nello stesso visse per molti anni Fra’ Pietro d’Aierola, maestro dei Novizi prima e Vicario Provinciale di Terra di Lavoro e Principato, poi.

Si racconta che la notte di Natale del 1533 il Santo frate Angelo del Cilento lasciato solo dai confratelli, andati in predicazione, si affliggeva di non poter officiare con gli altri. Appena fu mezzanotte, vinta ogni titubanza ed afflizione, chiamò l’unico fraticello laico rimasto in convento e gli ordinò di suonare a festa le campane. Poi si vestì dei paramenti sacri e andò in chiesa. Adempiuto il cerimoniale di inizio, intonò assieme al fratello laico il Domine labia mea aperies, quando sentì dall’alto un coro di angeli fargli eco, così trasalì e ringraziò il Signore. Poi riprese, nella gioia, la funzione. Questo evento paradisiaco fu immortalato nel quadro cosiddetto del canto degli Angeli da fra’ Mattia da Pogerola. Il santo fraticello cilentano con orgoglio fu sepolto nella chiesa del convento.

Durante il decennio di occupazione francese del Regno di Napoli (1806 – 1815), le leggi eversive di soppressione di conventi, di incameramento dei beni, di destinazione dei locali ad uso di utilità pubblica, nonché di trasferimento delle opere d’arte al Museo di Napoli ed alle parrocchie, colpirono anche il Convento di Cospiti con l’ordine di chiusura. Ma già nel 1803 alcuni monaci lo avevano abbandonato. La chiesa di Cospiti fu profanata con disposizione del 14 dicembre 1811 e alcuni arredi andarono distribuiti ai Conventi di Cetara e Tramonti. L’allora sindaco di Agerola, Tommaso Acampora, si fece promotore di una supplica popolare per ottenere dal Re di Napoli la riapertura della chiesa e dell’intero complesso monastico, da affidare alle cure di padre Francesco da Sarno. Ma inutilmente, perché Gioacchino Murat fu inflessibile. A questo punto  padre Giò Battista e padre Francesco da Sarno, per dare man forte al popolo agerolese e nella speranza di vedere positivamente risolto il problema della riapertura del Convento, disobbedendo agli ordini ricevuti, ritardarono la loro partenza da Cospiti. La cosa, però, durò poco, perché il sindaco Acampora, ritenendo impossibile assicurare la custodia dei locali e di tutto ciò che in essi esisteva, il 22 gennaio 1812, ordinò agli ultimi frati di lasciare Cospiti e contemporaneamente fece trasferire a casa sua tutti gli oggetti d’arte, in attesa di dare loro una definitiva sistemazione. Inoltre fece trasportare arredi, mobili, statue e l’organo polifonico nella chiesa parrocchiale della SS. Annunziata di S. Lazzaro e ordinò che le porte del Convento fossero murate. Gli argenti furono trasferiti nel Convento degli Osservanti di Tramonti per volere dell’arcivescovo Miccù.

Al tempo del Congresso di Vienna (1815) e della restaurazione dei Borboni a Napoli, gli agerolesi supplicarono la riapertura di Cospiti a re Ferdinando IV, che con il suo ritorno nella città partenopea e l’unione delle corone di Sicilia e Napoli, aveva preso il nome di Ferdinando I. Questo tentativo, però, non ebbe buon esito. Cospiti, ormai abbandonato, non solo cominciava a deteriorarsi per incuria, ma cominciava anche a subire manomissioni da parte di malviventi, ladri e bande organizzate. Ciò nonostante il Convento nel 1820 fu adibito a caserma.

Nel 1821 il Decurionato agerolese, dovendo indicare all’Intendente della provincia di Principato Citra le cappelle da ridurre a Camposanto pel bene della salute pubblica, deliberò di servirsi di 29 fosse esistenti nelle chiese di Agerola ed, in caso di epidemie, delle fosse esistenti a Cospiti e a Santa Barbara. Per la cronaca, anche Amalfi, indicò Cospiti quale luogo per le sepolture in caso di epidemia. Il convento, nonostante la presenza di cadaveri di persone decedute per mali contagiosi, fu spesso asilo di briganti.

Oggi di quel complesso monastico non restano che le sole mura a sfidare il tempo, mentre il bosco, che anticamente risuonava delle preghiere e dei canti elevati dai monaci al Signore, aggredisce e nasconde, inesorabilmente, quelle parti murarie che, di anno in anno, vanno crollando, portando con sé ricordi e storia.

Cappella di San Marciano, di San Gennaro e di Santa Maria Del Carmine

Purtroppo di queste tre cappelle non esistono più tracce.

 BOMERANO E LE SUE CHIESE

Chiesa di San Matteo Apostolo

Le sue origini sono molto antiche, di essa si ha notizia sin dal 1158. Inizialmente fondata dove ora è posto il  Campo Sportivo S. Matteo è stata poi ricostruita, a seguito del crollo della seconda metà del Cinquecento, vicino alla piazza Paolo Capasso. Ha la forma di una croce latina e possiede un’ abside molto ampia. Lungo i muri delle due navate laterali esistono piccoli altari eretti, probabilmente in diverse epoche.

Numerose e di grande suggestione sono le pitture che in essa è possibile ammirare. Nel 1592 Giovan Battista Cavaliere fece edificare in S. Matteo la Cappella del Carmine alla quale donò una pala con l’immagine della Madonna tra S. Lucia e S. Caterina d’Alessandria.

Sin dal 1639 sull’ altare maggiore è posto un quadro raffigurante la Vergine tra S. Matteo e Sant’Andrea che nel 1989 la Soprintendenza ai Beni Artistici di Napoli ha fatto restaurare.

Il rev. don Pio Bozza,  nel 1990 annotò che nella chiesa esistevano alla fine del Seicento le Cappelle dei Morti, di S. Gaetano, di S. Anna, della Madonna del Carmine, di S. Maria di Costantinopoli e quella del Rosario. In quest’ ultima, nel 1628, fu posta la tela del pittore Michele Ragolia raffigurante la Madonna del Rosario e i Santi.

Al 1740 risale il dipinto di indiscutibile creatività artistica  del martirio di San Matteo consumato sotto gli occhi stupefatti di una folla di persone e di angeli del pittore Ludovico De Maio.

Molto antico è il Crocifisso in legno custodito nella chiesa dal 1938. La scultura realizzata da autore ignoto, forse del Quattrocento, è stato a lungo conservata nel Monastero della Trinità di Amalfi, ed è oggi oggetto di profonda venerazione.

Un prezioso busto di S. Matteo del peso di quaranta libbre di argento, fu donato nel 1715 da Francesco Avitabile alla parrocchia la quale espone al suo interno pure un olio recante l’immagine della Madonna delle Anime Purganti del 1720. Nel corso degli anni diversi sono stati gli interventi di manutenzione ai quali è stata sottoposta la chiesa, sicuramente quello più costoso ed importante si è avuto a seguito del terremoto del 1980.

Chiesa di tutti i Santi  

Il suo nome deriva dal fatto che l’ arcivescovo di Amalfi, Angelo Pico, le donò intorno al 1640, le reliquie dei Santi: Francesco Saverio, Ignazio, Filippo Neri, Abondio, Ponziano, Severino, Candido, Giusto, Fausto, Placido, Concordo e Plantilla.

Attualmente in essa hanno sede la Congrega dei Sacerdoti agerolesi e del Rosario.

Nel 1400 un pittore ignoto realizzò al suo interno un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e gli Angeli. L’opera rimossa nel 1976 per essere restaurata dalla Soprintendenza di Napoli ritornò al suo posto nel 1980.

Al 1652 risale la tavola dipinta da Michele Regolia che mostra San Pietro, ricoperto da un manto di eccezionale bellezza, in mezzo ai Santi. Altre opere presenti in Tutti i Santi sono “la morte di San Giuseppe” eseguita  dal pittore Giuseppe Filosa nel 1865, e “S. Emidio” del pittore atranese Salvatore Cretella, eseguito nel 1914. Nel soffitto si può ammirare una Madonna su tela, mentre, in fondo alla navata, a sinistra, è situata una bellissima statua raffigurante la Madonna del Rosario.

Chiesetta della concezione

Iniziata nel 1580, fu aperta al culto nell’anno 1615. Si tratta di una costruzione rettangolare a navata unica. In passato fu di patronato di Carlo Villani. Nel 1709 aveva delle aperture comunicanti con una casa privata che vennero chiuse per ordine dell’arcivescovo Bologna. Attualmente è sede della Congraga dei Morti.

Chiesa Madonna di Loreto

In essa si venera la statua di San Francesco D’ Assisi, cui è dedicata la festa del 4 ottobre, giorno della sagra delle castagne e ndorze, cioè delle castagne e pannocchie lesse. Sull’unico altare è collocata una peculiare terracotta policroma, attribuita, con qualche dubbio, alla scuola di Luca Della Robbia. Anticamente fu di patronato della famiglia di Vito Antonio d’Acampora ed attualmente affidata alle cure degli eredi di Luca Mascolo. Lo stabile è stato ristrutturato radicalmente dopo il sisma del 1980.

Chiesa di San Lorenzo Martire

Situata in località Santo Lavrienzo, lontano dal centro abitato di Bomerano, presenta una struttura tipicamente agerolese, con muri esterni ad appiombo trapezoidale retto e contromuri di rinforzo. Ha un campanile a gabbiotto nel quale sono issate le campanelle ed un’unica navata rettangolare.

Ai tempi della regina Giovanna I d’Angiò, nel 1358, il Monastero di S. Maria di Positano costituì il proprio diritto di patronato su S. Lorenzo. Nel 1548 tale diritto risultò appartenere alla famiglia Longo e nel  1703 alla famiglia di don Gennaro de Avitabile e poi del notaio Agostino Acampora. Attualmente la piccola chiesa è affidata alle cure degli eredi di Giuseppe Cuomo.

Chiesetta di Santa Barbara

Lungo il sentiero che da Bomerano porta a Furore scorrendo sotto la balza, in una sinuosità della falda sono visibili i ruderi dell’eremo e della chiesetta di S. Barbara. È probabile che il complesso esista da circa mille anni. L’arcivescovo Michele Bologna, l’8 maggio 1721, vi si recò e poiché ne costatò pessime condizioni statiche, offrì l’intero obolo a lui dovuto perché fosse riparato almeno il tetto. Nel 1759 il complesso presentava tre piccole navate a tetto in legno.

Il 21 aprile 1840 il Decurionato destinò S. Barbara alla sepoltura e tumulazione dei cadaveri. In seguito l’intero stabile deperì gravemente, per cui si rese indispensabile l’intervento della Curia Arcivescovile, che ne incorporò le rendite al Seminario di Amalfi.

Anche durante l’epidemia colerica del 1884 in S. Barbara furono deposti dei cadaveri, ma don Vincenzo Coccia presentò un ricorso al Comune di Agerola. Composto il dissidio, la campana della chiesetta venne trasferita a Campora, per essere collocata sul campanile della chiesa della Madonna delle Grazie, quale dono alla Congrega del Monte dei Morti. Il complesso, rimasto di proprietà del Comune, pur essendo oggi ridotto a pezzi, mostra ancora un affresco raffigurante la Madonna col Bambino.

Altre chiesette

La chiesetta di S. Angelo ad Apes fu fatta dissacrare dall’Arcivescovo Montilio nel 1572 perché cadente e le sue rendite furono unite nel 1709 a quelle di S. Maria dell’Avvocata e di S. Maria de Gallis. Purtroppo di queste  chiesette si sono perdute le tracce.

Resta oggi in piedi la piccola cappella di S. Vito Martire, che l’arcivescovo Michele Bologna visitò nel Settecento.

 CAMPORA E LE SUE CHIESE

Chiesa Madonna Delle Grazie

Costruita su una preesistente cappella, in epoca non molto lontana, ha subìto un notevole rifacimento nella torre campanaria e nella restante parte dell’edificio tra il 1972 e il 1977. Le pitture alle pareti eseguite nell’Ottocento da Paolo Acierno sono state restaurate dal maestro Guglielmo Teodosio. La grande tela del soffitto raffigurante la Madonna delle Grazie, con S. Andrea e S. Martino nell’atto di donare il mantello ad un povero, è opera del maestro padre Macario che, l’ha realizzata nel 1973.

In ciascuno dei quattro angoli della cupola è rappresentata una virtù cardinale: Giustizia, Prudenza, Fortezza e Temperanza. Nell’abside si ammirano un pregevole altare di marmo e il quadro raffigurante S. Teresa, entrambi provenienti dall’ omonimo Monastero.

Chiesa di S. Martino Vescovo

Eretta anteriormente al XV secolo, ha subìto un restauro dopo il sisma del 1980. Nel soffitto è possibile ammirare una preziosa tela del pittore napoletano Mozzilli, con abbellimenti ai margini del noto artista Panareil. Sulla parete di destra dell’unica navata è posta la monumentale tomba del generale Avitabile con epitaffio.

In S. Martino fu fondato, sotto il duca Piccolomini, il Monte di Dio e dei Morti.

Nel Settecento l’arcivescovo Michele Bologna, visitando S. Martino, si volle rendere conto della condizione di ciascuna cappella. Alla fine fece demolire quella di S. Antonio di patronato degli eredi di Lorenzo Avitabile, quella di S. Francesco di patronato della nobile famiglia Eboli, quella di S. Caterina degli eredi Avitabile. Così restarono le cappelle del Rosario e del Salvatore di patronato Naclerio, l’altare di S. Giovanni di patronato dei nobili Scatola, l’altare di S. Trofimena anch’essa degli Scatola e la Cappella di S. Vincenzo eretta dai Camporesi.

Nel 1799, appena costituitasi la Repubblica Napoletana, nella piazzetta antistante la chiesa fu piantato l’Albero della Libertà alla presenza dell’allora sindaco e dei decurioni.

Colpita da un fulmine durante il violentissimo temporale del 5 gennaio 1858, la chiesa ed il campanile dovettero essere riparati perché i muri si scortecciarono.

Chiesa di San Michele Arcangelo

La chiesa dedicata a San Michele Arcangelo edificata nel 1680, da Antonio de Acampora, sorge all’ inizio di via delle Sorgenti dove si concentrano le famiglie di casato Acampora che ne sono compatroni. Dotata di un piccolo campanile ed un’ unica navata, ha al suo interno, sulle pareti laterali, archi poggianti su colonnine in muratura. Sull’altare è collocata una tela policroma a olio raffigurante S. Michele nell’atto di trafiggere il demonio. L’opera del pittore seicentesco Andrea Malinconico presenta colori molto vivaci.

La struttura della piccola costruzione è tipica delle antiche chiese agerolesi, si notano infatti, l’appiombo dei muri esterni a sezione trapezoidale retta, la finestra piccola e l’arco di copertura sul portale, che in origine doveva essere molto più sporgente, nonché alcuni urtanti di rinforzo.

Chiesa di Sant’ Angelo Jugo

La chiesetta dedicata a Sant’ Angelo Jugo fu fondata dalla nobile famiglia amalfitana Comite Orso e sorgeva sul passo di Sant’ Angelo. Interdetta nel 1588 perché cadente è oggi ridotta ad un cumulo di macerie.

Chiesa di San Martino Vetere

Di questa chiesetta sono rimasti oggi pochi segni. Le ossa umane sepolte nelle sue fosse sono state trasferite nel cimitero comunale.

Chiesa Di S. Caterina

Esistente nell’ omonimo luogo, fu fatta profanare dall’arcivescovo Rossini nel 1602 perché cadente.

Chiesa Di S. Giovanni Battista

Si trova nei pressi del molino di Vertina, nel 1565 era di patronato della nobile famiglia Scatola. Da essa fu prelevato il quadro raffigurante il Santo per essere collocato nella chiesa di S. Martino Vescovo.

Chiesa di San Vincenzo Ferreri

Si trova non molto distante dalla chiesa della Madonna delle Grazie.

Monastero di Santa Teresa delle Suore Carmelitane di Clausura

Il monastero fu fondato nel 1693, per volere del cardinale Lorenzo Brancati, ove attualmente sorge il complesso del Palasport. Dedicato a S. Teresa, fu destinato a ragazze Vergini votate alla clausura. La chiesa ad esso ammessa esponeva una ricca collezione di pitture e quadri, un coro con grata, un organo a canne ed un artistico Crocifisso col Cristo in legno, opera di arte catalana probabilmente del 1300.

Le suore del monastero prestavano assistenza alle persone indigenti e vivevano in uno stato di agiatezza perchè possidenti. L’Università di Agerola spesso le esentò dalla tassa di bonatenenza, cui erano soggetti i forestieri, paesani privilegiati e Luoghi Pii. Dopo il 1784, però, il monastero dovette pagare la tassa dei beni, industrie, semoventi e quella cosiddetta delle oncie, dalla quale poteva essere esclusa la sola gente povera. Purtroppo, le suore non sempre godettero di una pacifica e serena esistenza, perché soggette alle molestie dei briganti  che nei vari assalti le sottrassero oggetti di valore, viveri e denaro.

Il 30 luglio 1812 il re Gioacchino Murat, impose un nuovo metodo di gestione dei monasteri che prevedeva l’ ingresso dei laici nella Commissione Amministrativa. Perciò, il Decurionato agerolese il 25 agosto dello stesso anno scelse le personalità più adatte ad assolvere questo compito.

Quando l’8 dicembre 1838 l’Intendente della provincia ordinò che fossero pubblicati gli elenchi dei debitori di rendite e cespiti appartenenti al patrimonio regolare dei monasteri e del Clero secolare, pena la relativa prescrizione, i parroci di Agerola si affrettarono a segnalare questi nomi e lo stesso fecero le suore di S. Teresa. Esse, con i debitori più pigri, furono dure ed intransigenti e il 15 ottobre 1841 fecero pignorare e mandare in vendita giudiziaria i seguenti beni: una selva ed un bosco siti all’Acquabella, per complessive sei moggia; una selva sita in località Principe o Monaco Chiuppiello del Casale di Pianillo, per complessive moggia quattro e passi sei; il tutto con una rendita stimata a 11 ducati e grana 44.

Nel 1844 l’agiatezza della famiglia monastica teresiana era tale, che il Decurionato, nella seduta dell’11 ottobre, incluse il Monastero nella prima classe di contribuzione. Però le cose cambiarono all’ inizio del 900 quando il Monastero venne soppresso e le suore, trovandosi in ristrettezze economiche, decisero di vendere alcuni arredi e suppellettili, prima di abbandonarlo. Così, un’artistica sedia per il celebrante finì nella chiesa della SS. Annunziata di S. Lazzaro, altri oggetti furono venduti alla Parrocchia di S. Nicola di Bari della borgata Ponte, mentre nella chiesa di S. Maria la Manna andarono dei preziosi ed artistici paramenti sacri con ricami aurei. Alla frazione Campora restarono la statua di S. Teresa, trasferita nella chiesa di S. Martino Vescovo e due altari in marmo, ricomposti nella chiesa di S. Maria delle Grazie. In quest’ultima trovarono posto anche un raffinato angelo in legno, un quadro raffigurante S. Teresa, alcuni arredi sacri e suppelletti vari. Il Crocifisso col Cristo in legno, d’arte catalana, fu posto nella chiesa di S. Matteo a Bomerano.

Nel 1905, il complesso monastico, l’annessa chiesa e i terreni, passati al Demanio dello Stato, furono valutati dalla Ricevitoria del Registro di Gragnano ai fini di un’eventuale vendita al Comune di Agerola, che ne aveva avanzato richiesta. Il 26 e il 31 agosto le autorità comunali approvarono le spese occorrenti all’acquisto così nel luglio 1906 fu stipulato l’atto di cessione.

Dopo la Prima Guerra Mondiale (1915-1918), il Comune destinò alcuni locali del monastero ad aule scolastiche, mentre altri furono adibiti per il  ricovero di persone povere e prive di abitazione.

 Nel 1939 tutta la struttura fu abbattuta e il partito fascista costruì al suo posto la casa del fascio. A titolo di gratitudine il partito offrì al vescovo del tempo, mons. Marini, £ 1.500, somma che fu devoluta per opere assistenziali. Il nuovo edificio, divenne di proprietà della Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L) . Nella casa del fascio si tenevano riunioni, saggi, conferenze e preparazioni militari delle persone iscritte al partito. Ma ciò avvenne solo per alcuni anni, perché la fine della Seconda Guerra Mondiale segnò, non solo il destino del partito di Mussolini, ma anche quello delle opere realizzate durante il regime. Alla caduta del Fascismo (25 luglio 1943), la casa del fascio passò dalla G.I.L. al Demanio dello Stato, che a sua volta la vendette ai Frati Minori Conventuali, i quali vi istituirono una scuola professionale. Contro tale vendita il Comune di Agerola accampò diritto di prelazione e la lite si protrasse per un paio di decenni. Quando finalmente l’Amministrazione Comunale riuscì a concludere l’annosa questione con una transazione giovevole per ambo le parti, si decise di radere al suolo la Casa del Fascio e si fece progettare sull’area dell’ex monastero delle Teresiane il complesso sportivo del Palasport con piscina coperta e solarium che fu completato nel 1978.

Monastero Dei Santi Giuliano e Marciano

Il Monastero sorgeva nei pressi della sorgente detta San Giuliano, sulla strada pubblica che dal passo di S. Angelo a Jugo porta verso l’Acquafredda. Fu fondato dagli abitanti di Scala per i monaci benedettini probabilmente prima dell’ anno 1000.

 Come risulta da alcuni documenti, la comunità religiosa era molto attiva, possedeva boschi e terreni fertili ai quali, nel 1176 grazie a donazioni private, si aggiunsero anche dei castagneti. Un documento redatto nel 1191, durante il pontificato di Papa Celestino III, accenna al monastero, in particolare fa riferimento alla vastità dei beni da esso posseduti che si estendevano fino a Lattara, località sita nei pressi della storica zona di Pino.

Dopo il 1470 il monastero fu abbandonato ed il Vescovo della Diocesi di Scala, mons. De Dote, trasferì i beni e le rendita ad esso appartenenti nella Cattedrale scalense. Nel 1724 del complesso monastico esistevano solo pochi ruderi.

 PONTE SANTA MARIA E LE LORO CHIESE

Chiesa S. Nicola Di Bari

È l’unica chiesa esistente nella frazione Ponte, fu elevata a parrocchia nel 1600 per accogliere le pressanti richieste degli abitanti del borgo. Ha navata unica ed altarini laterali. In uno di essi è posto un quadro raffigurante S. Antonio da Padova con un libro in una mano ed un giglio nell’altra. L’opera, viene attribuita al pittore Michele Ragolia e la data di esecuzione si fa risalire a poco più tardi del 1680. Nel secondo altare è conservato un gruppo scultoreo che rappresenta S. Nicola e la botte coi tre bambini, di autore ignoto. Sull’altare centrale si ammira un bellissimo quadro di S. Nicola con un manto policromo sulle spalle e col viso ricoperto da folta barba. La tela è attribuita ad Andrea Vaccaro che la dipinse probabilmente intorno al 1650. La fabbrica conserva l’antica struttura coi muri perimetrali a sezione trapezoidale retta ed ha, nella parte anteriore per tutta la lunghezza del muro, un portico anticamente attraversato da via comunale. Attualmente il porticato è recintato e la strada comunale lo lambisce esternamente. La chiesa, danneggiata dal terremoto del 1980, è stata successivamente ristrutturata e riaperta al pubblico. Anticamente a S. Nicola esisteva una Congrega, che poi è passata a S. Pietro di Pianillo.

Chiesa S. Maria La Manna

La chiesa, con pianta a croce latina e tre navate, fu eretta nel 1200 in località S. Maria. In fondo alla stretta navata di destra esisteva un piccolo altare, dedicato a S. Maria della Pietà, sul quale vi era una tavola di pittore ignoto del Cinquecento, dove figurava, in primo piano, la Madonna con in braccio Gesù deposto dalla Croce e ai due lati S. Giovanni e S. Agostino vescovo. Sullo sfondo, il dipinto riportava la Croce, che divideva l’intero lavoro in due parti. L’ opera, di grande valore storico, andò perduta a seguito di un furto. Il vero capolavoro custodito in S. Maria è senza dubbio la statua della Madonna della Manna, scolpita da Nicola da Monteforte nel

secolo XIII in un unico blocco di marmo. L’attribuzione allo scultore irpino del lavoro fa cadere l’asserzione dello storico Matteo Camera, secondo il quale la scultura proveniva dall’Oriente. La Vergine scolpita è seduta ed ha un fiore in mano, il vestito con ampie pieghe e il manto sulle spalle; porta in braccio il Bambino, che, con una mano la lambisce. Ogni anno in agosto alla Vergine in marmo viene lavato il viso in ricordo di un miracolo di sudorazione che solcò di goccioline di liquido celeste il suo volto.

La Chiesa, conserva un marmo in ricordo di “Antonius Villanus de Agerulo” che vi fu apposto l’11 giugno 1431.

La struttura dopo i gravi danni causati dal sisma nel 1980 venne chiusa ma  grazie all’ intervento del Governo, ai restauri da parte della Soprintendenza ai Beni Storici di Napoli nonché grazie alla encomiabile generosità dei fedeli della borgata fu riaperta al culto il 14 agosto 1999.

 Cappella della Croce

Posta in località La Croce, è attualmente di patronato degli eredi di don Vincenzo Naclerio. Ha pianta rettangolare, pavimento in maioliche antiche e l’alzata sul muro portante con la nicchia della campanelle. Possiede un altare di legno rivestito da gesso dorato ormai non più in buone condizioni.

Cappella Di S. Anna

Fu fondata nel 1623 da Bartolomeo Brancati, ha forma rettangolare e alzata sul muro posteriore con nicchia per le campanelle.

All’interno sono custoditi due dipinti del pittore siciliano Michele Ragolia. Il primo raffigura la Sacra Famiglia con S. Anna, S. Girolamo e l’Eterno, mentre nel secondo sono immortalati S. Pietro con altri santi e il cardinale Lorenzo Brancati. Entrambi risalgono al 1664.

 PIANILLO E LE SUE CHIESE

Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo

L’antichissima chiesa, ove è venerato S. Antonio Abate patrono di Agerola, ha pianta a croce latina con tre navate longitudinali. Le due laterali con volte a crociera poggiano all’interno su sei pilastri in muratura, sui quali insistono archi di collegamento a tutto sesto. Sull’arco trionfante centrale vi sono due tele di autore ignoto, a sinistra quella raffigurante Mosè con in mano le Tavole e a destra quella con Davide che suona la cetra. Le pitture conservate in San Pietro Apostolo sono numerose e di grande suggestione. Ai quattro pennacchi della cupola sull’abside vi sono le tele che riportano i quattro evangelisti. Nel lunotto sovrastante l’ingresso alla sagrestia si ammira un dipinto con l’effigie dell’Eterno Padre tra S. Francesco Saverio e S. Ignazio di autore sconosciuto del Seicento. Sopra l’altare maggiore è posto un olio su tela, di grosse dimensioni, del Settecento, raffigurante la Madonna in gloria col Bambino e gli apostoli Pietro e Paolo.

Al XVIII secolo risale il dipinto situato in fondo alla navata destra, ove una volta sorgeva un piccolo altare, che ha ad oggetto: la Madonna col Bambino e i santi e, ai quattro margini, quindici riquadri simboleggianti i Misteri del Rosario. A sinistra del grande quadro si nota la figura di una persona che probabilmente rappresenta il committente.

Un’ iconografia raffigurante la Madonna del Purgatorio che domina dall’alto la scena, mentre un sacerdote celebrante alza verso il cielo l’Ostia salvifica si trova in fondo alla navata di sinistra. Ai margini della tela sono

illustrate storie dell’aldilà in dieci riquadri.

Nel pronao, separato dallo spazio riservato all’assemblea per mezzo di una vetrata, sotto il soffitto coperto da uno strato di calce, si trova una bellissima effigie di S. Antonio Abate, dipinta dal pittore atranese Salvatore Cretella.

La facciata esterna della chiesa si presenta formata da tre corpi: a sinistra quello più recente, a destra la torre campanaria ed al centro la parte frontale dell’edificio sacro. Su quest’ultimo corpo si erge il frontone triangolare su cui spiccano gli stucchi eseguiti dall’artista salernitano Luca Giordano nel 1926. Il tema di questo bassorilievo, si sviluppa intorno all’incoronazione della Madonna del Carmine da parte di una schiera di angeli, sotto lo sguardo di S. Pietro affiancato da un gallo e di S. Antonio Abate circondato da alcuni animali domestici.

La torre campanaria con basamento cubico, prosegue con un successivo piano a tronco di piramide e con un ripiano cubico e finestrone monoforo, il secondo con il quadrante dell’orologio, cui segue la cupola coperta da maioliche policrome e congegno di sostegno alle campanelle dell’orologio.

La torre riattata nel 1913, fu dotata nel 1922 di un orologio meccanico, e da due campanelle per il suono delle ore, rispettivamente del peso di 120 e 200 chilogrammi. Danneggiata gravemente dai terremoti del 1980 e 1981 fu imbrigliata e ristrutturata da maestranze locali a spese della popolazione e col contributo dell’allora parroco don Pio Bozza.

Tra il 1949 e il 1950 il parroco don Gregorio de Stefano fece erigere nella navata di sinistra tre cappelle che attualmente accolgono in apposite nicchie le statue del Cuore di Gesù, di S. Antonio Abate e  S. Pietro Apostolo. La loro realizzazione fu possibile grazie alla comunità agerolese residente in loco e a quella emigrata negli Stati Uniti d’America che se ne accollò il costo. Nel 1968, accanto alle tante opere realizzate in onore del Santo Patrono, venne inaugurato l’ attuale edificio adibito a scuola materna e a casa religiosa per la suore dell’ Ordine di Maria Bambina. La struttura, costruita a spese della Cassa Per il Mezzogiorno fu completata anche con aiuti privati. Dello stesso anno risulta l’abbassamento del sagrato e l’eliminazione, poco accettata dai fedeli, del Calvario con il nicchiario delle Croci nel terreno prospiciente il sagrato.

 Attiguo alla chiesa parrocchiale, con entrata dalla navata di sinistra, è situato l’Oratorio della Congrega del Carmine, costruito all’inizio del Settecento. Ha un’unica navata in fondo alla quale è posto l’altare dedicato alla Vergine del Carmelo. Lungo le due pareti laterali, in passato, erano posizionati i banchi ove sedevano i confratelli e le consorelle per la recita del Rosario e la partecipazione alle varie funzioni. Invece, di fronte all’altare, a lato dell’ingresso, su un banco più alto, sedevano i dignitari della Congrega, il priore, il primo e secondo assistente, il maestro dei novizi e segretario tesoriere ed il maestro di cerimonia. Il soffitto della navata era ricoperto da una grossolana carta telata dipinta con motivi geometrici all’orlo e l’immagine della Madonna del Carmine col Bambino e gli angeli al centro. Tale opera è andata perduta negli ultimi anni. Sulla parete destra è posto un olio su tela di autore ignoto del Settecento raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Domenico, Caterina ed altri, restaurato nel 1994. Sull’altare è posizionata una pala-baldacchino ordinata ed eseguita nel 1592 a spese di Giò Battista Cavaliero. Il dipinto realizzato su legno da autore ignoto ha al centro l’ immagine della Madonna col bambino mentre ai bordi vi sono le figure di S. Giovanni e S. Antonio Abate. La parte iconografica è incastonata tra due colonne lignee con base a parallelepipedo e corpo rudentato. Il tutto ha un’ inquadratura architettonica tale da risultare una composizione di grande efficacia scenica. L’ opera inizialmente tenuta presso l’altare della chiesa parrocchiale, fu trasferita nell’ Oratorio all’inizio del Settecento.

Nel 1546 esisteva in seno alla chiesa la Confraternita del SS. Corpo di Cristo, la quale aveva l’onere di fornire incenso e polvere da sparo per granate ai frati del Convento di Cospiti, nonché il compito di distribuire tre

ducati annui ai poveri della parrocchia ed il maritaggio ad una fanciulla meritevole del casale. Nel 1548 in San Pietro Apostolo fu istituita l’Arcipretura dal Metropolitano di Amalfi Tiberio Crispo; il compito di proporre l’ arciprete spettava agli amministratori del Comune.

Da un pro memoria esistente in parrocchia risulta che gli associati alla Congrega nel 1752 fecero generosamente scolpire l’attuale busto di S. Antonio Abate in sostituzione di una vecchia statua consunta. Nel 1988 la scultura fu restaurata perché annerita dal fumo delle candele e il basamento venne ricoperto da lamine d’oro. La spesa fu affrontata dai devoti e dal Comitato per i festeggiamenti. Fu poi riposto accanto al busto il maialino in legno rifatto dall’artista Salvatore Fontanella a seguito di un furto.

Cappella dedicata alla S. Croce, detta De Gallis

Esisteva in località Locoli, l’arcivescovo Montilio la dissacrò nel 1572, perché diruta e sprovvista di tutto.

Cappella di Sant’ Antonio Abate.

Fu eretta nel 1949 a cura del parroco don Gregorio De Stefano senior, contestualmente alle altre due attigue ed alla soprastante casa canonica, ampliando il corpo della chiesa sul lato della navata sinistra.

Presentava altare e decori marmorei realizzati dall’artista Carotenuto di Torre Annunziata. Essa è stata interamente restaurata, nel rispetto dell’impostazione architettonica preesistente, per iniziativa del Comitato Festeggiamenti nel corso del 1998 e inaugurata il 17 gennaio 1999. Oggi si presenta ad unica campata con copertura a volta a botte decorata a cassettoni e con nicchie laterali. L’altare, la pavimentazione, i rivestimenti e le cornici delle nicchie sono in prezioso marmo intarsiato. La struttura è  arricchita da pregevoli decori e cornici in stucco, tra cui in alto lo stemma ufficiale del Comune di Agerola. La parete di fondo, che ospita al centro la nicchia del Santo, presenta ai lati due vetrate istoriate: quella di sinistra, raffigura l’anacoreta in meditazione nel deserto mentre fonda sulla Parola la sua lotta vincente contro le tentazioni dal demonio; quella di destra, lo riproduce nell’atto benedicente il fuoco e gli animali d’allevamento, ricchezza dei contadini.

La Cappella conserva, inoltre, una statua lignea dedicata a Sant’ Antonio eseguita da un ignoto artista napoletano nel 1752. Il busto è montato su un artistico basamento in legno dorato. Antonio regge con la mano destra il bastone del pellegrino, simbolo anche del suo ruolo di guida al monachesimo; con quella sinistra  regge la Parola: fiamma e lampada nel cammino verso Dio. Il maialino, che è a suo fianco, rappresenta le forze del male combattute dal Santo. L’ opera  danneggiata nel dicembre 1975 fu restaurata nel 1989. Degna di menzione è la lampada votiva realizzata dell’artigiano agerolese Carmine Buonocore, un prezioso oggetto artistico in ferro battuto che vuole compendiare simbolicamente gli insegnamenti del Santo. La sua forma ad anfora rappresenta la fragilità dell’uomo di fronte agli attacchi del male; una rete tesa dal diavolo cattura alcune delle brutture di questo mondo (il denaro, il potere, l’offesa); ma il giglio, simbolo della purezza e dell’umiltà, resta libero a significare la virtù del Santo. Alla sommità di quest’anfora svetta la lampada come emblema della Fede che è l’unica vera luce capace di rendere visibili le insidie del male.

CAPPELLE, CONGREGHE E MONTI. 

L’ edificazione ad Agerola di numerosi luoghi di culto derivò dalla diffusa adesione al credo cristiano della comunità. É difficile stabilire con precisione quando siano sorte le prime chiese, anche se si presume che esse abbiano iniziato ad operare già dal quinto secolo, poi, l’ aumento della popolazione e dalle condizioni economiche dei fedeli ne determinarono un forte incremento. Infatti, le famiglie più facoltose fecero costruire ed abbellirono alcuni edifici sacri a loro spese.

Fu proprio la vasta presenza ad Agerola e nell’ area  costiera di chiese, cappelle, ermi, oratori e conventi che favorì, nell’ anno 987, la promozione della diocesi amalfitana a sede arcivescovile.

 Le autorità comunali erano molto attente alle necessità delle chiese e si adopravano per fornire arredi sacri, suppellettili, fondi per effettuare esercizi spirituali, prediche quaresimali, generi di consumo utili per alcune manifestazioni religiose. I parroci avevano l’obbligo di risiedere in loco, di registrare i benefici, di assistere i morenti, di adempiere tutti gli altri compiti di natura spirituale, nonché di avere rispetto ed obbedienza verso l’Arciprete ovvero il capo del clero. Ciascuno di essi doveva tenere aggiornati i registri di nascita, matrimonio e morte con le relative annotazioni di cresima, vedovanza ecc. La chiesa divenne centro di vita, non solo luogo di preghiere e di riti ma anche di incontro e di impegno. La vitalità del clero agerolese catturò addirittura l’ attenzione dei papi come risulta da documenti e bolle pontificie.

Nel corso degli anni sorsero nell’ ambito della Chiesa diversi enti laicali quali congregazioni, cappelle e monti che ispirati ai valori della fratellanza e della misericordia prestavano sostegno non solo spirituale e morale ma pure materiale agli indigenti grazie a fondi ricavati da donazioni, lasciti, legati ecc.  L’istituzione delle cappelle permise ai fondatori di assicurarsi un luogo di sepoltura, dato che a quei tempi non c’erano cimiteri all’aperto, e la possibilità di godere in vita ed in morte di messe e di anniversari. Gli stessi si riservarono il diritto di amministrare i beni donati o legati alla Cappella  ed il diritto di cappellanìa, ossia, quello di presentare alla Curia amalfitana un cappellano di proprio gradimento, in genere uno di famiglia. Alla loro morte tali diritti passavano agli eredi testamentari. Il cappellano, a sua volta, era tenuto all’osservanza di tutte le condizioni poste dal testatore, fondatore della cappella, dai suoi eredi, dagli aventi diritto, dalla curia  e inoltre non gli era concesso di cadere nell’indegnità, pena la sospensione o, addirittura, la revoca del mandato.

Supervisore degli enti laicali era l’Università agerolese, che ne controllava un po’ tutta la vita sia partecipando, per mezzo dei suoi rappresentanti, alle varie assemblee sia proponendo i nomi dei due governatori (uno dei quali fungeva anche da cancelliere), dei due razionali (col compito di controllo dei conti) e del tesoriere.  

Nel ‘700, precisamente ai tempi dell’arcivescovo Michele Bologna, numerose erano le congreghe esistenti presso le frazioni di Agerola:

Bomerano

1) Congrega del Rosario presso l’altare di S. Matteo Apostolo (nel ‘800 trasferita ed unita a quella di Tutti i Santi);

2) Congrega dei Monti presso la chiesa parrocchiale in uno col Monte dei Morti, per il suffragio ai morti;

3) Congrega del Rosario nella chiesa di Tutti i Santi

Pianillo

1) Congrega del SS. Sacramento nella chiesa parrocchiale di S. Pietro Apostolo, presso l’altare maggiore;

2) Congrega dei Morti nella stessa chiesa;

3) Congrega del Carmine nell’Oratorio annesso alla chiesa parrocchiale. Istituita all’inizio del ‘700 obbligava i confratelli e le consorelle a versare una grana al mese.

Campora

1) Congrega del SS. Sacramento nella chiesa parrocchiale di S. Martino Vescovo;

2) Congrega del Nome di Dio nella stessa chiesa;

3) Congrega di S. Maria di Loreto nella chiesa di S. Martino;

4) Congrega di S. Maria delle Grazie nella medesima chiesa della Madonna delle Grazie.

S. Lazzaro

1) Congrega del SS. Sacramento nella chiesa parrocchiale della SS. Annunziata;

2) Congrega del Rosario nella stessa chiesa;

3) Congrega dei Morti. Unitamente alla Congrega del Rosario fu assorbita nel 1707 dalla Congrega del SS. Sacramento.

Altre istituzioni benefiche esistenti anteriormente all’entrata in vigore delle Leggi Eversive erano: il Monte Eboli funzionante esclusivamente in favore degli abitanti della frazione Campora, dove la famiglia Eboli abitava; il Monte Imperati, istituito con testamento di Francesco Imperati che  possedeva alcune selve, le cui rendite furono devolute in favore degli appartenenti alla sua casata; il Monte Schioppa o Cavaliere, fondato da Camillo Schioppa, assisteva le fanciulle mediante l’ elargizione di doti e maritaggio; Il Monte della Pietà ricordato nella navata destra della chiesa parrocchiale di S. Maria la Manna con un dipinto su tavola di autore ignoto  raffigurante Gesù deposto dalla Croce e adagiato sulle ginocchia della Vergine. L’opera, purtroppo, è stata  trafugata nel 1987. Su proposta decurionale del 22 dicembre 1831 sarebbe dovuto sorgere un Monte dei Pegni a gestione comunale che però, non riuscì mai a decollare.

Il più importante ente laicale agerolese fu senza dubbio il Monte di S. Antonio Abate degli uomini della Regia Terra di Agerola il quale operò dal 1614 a Napoli e dal 1732 definitivamente ad Agerola. Fondato nel 1614 da Gio. Alfonso Casanova, svolse opera assistenziale di notevole dimensione. Esso fu creato in seno alla Cappella di S. Antonio Abate, che era stata eretta, a sua volta, nel 1300 nella chiesa del Monastero di S. Agostino Maggiore alla Zecca di Napoli, a cura e spese del ricco mercante agerolese Lisolo Lantaro.

Alla fine del 1800  tutti gli stabilimenti di beneficenza furono affidati alla Congrega di Carità di Agerola, un ente pubblico che in seguito alle leggi eversive del 1866 e del 1867 amministrava direttamente i beni di cappelle e monti.

Il 2 giugno 1927, il cardinale Manetti, Prefetto della Sacra Congregatio Concilii, inviò al Santo Padre una lettera nella quale riportava le date di fondazione, i compiti ed i pesi di cappelle, monti e congregazioni che risultavano a carico della Congrega:

 1) Monte S. Antonio Abate fondato nel 1614, in bilancio £ 288, con l’onere di 155 messe annue, tre per settimana, giovedì, venerdì e sabato, ubique; ed un anniversario il 15 ottobre, giorno della morte del fondatore Casanova Alfonso;

2) Monte Sacramento, fondato nel 1574, in bilancio £ 130, con l’onere di Messe festive e feriali n. 137 annue;

3) Monte Imperati, fondato nel 1574, in bilancio £ 39, con l’onere di una Messa tutte le domeniche;

4) Cappella del Rosario di Bomerano, di antica istituzione, bilancio £ 140, con l’ onere di 246 Messe festive, semifestive e feriali, e 35 da celebrarsi di sabato;

5) Cappella di S. Maria a Miano, fondata nel 1684, in bilancio £ 39, con l’  onere di quattro Messe settimanali, di cui una festiva, più altre 52 per il legato Coccia annesso a detta Cappella.

I beni immobili di dette fondazioni furono incamerati dal Governo e poi venduti a terze persone, ad eccezione di quelli appartenenti al Monte S. Antonio e alla Cappella del Rosario di Bomerano

Sulla Congrega incombeva l’ onere di provvedere alla manutenzione di varie fabbriche, di sopportare spese di culto, di gestione degli enti ad essa affidati,  di acquisto di cera, d’incenso, di polvere per granate, di olio per le lampade, di elargire sussidi ed oboli, di concedere doti e maritaggio,  di prestare aiuto ai vecchi ed agli impotenti, di fornire contributi per il riscatto di prigionieri nelle mani dei barbari e sussidi agli alluvionati, ai dirupati, ai tisici, agli imputati, ai carcerati e ai loro familiari. Inoltre, essa doveva rispettare gli impegni di erogare la paga al pedone postale che ritirava la posta da Salerno e mantenere i maestri delle scuole primarie. In questo modo, le entrate costituite da affitti di fondi, o da altri immobili, da rendite scritte nel Gran Libro, da canoni redimibili e fondi dati in amministrazione, da contributi degli iscritti, da vendite di legnami e prodotti boschivi non le erano più sufficienti. Risultava difficile sopportare le spese cui erano obbligati i vari enti laicali da essa amministrati. A peggiorare le cose vi era sia l’inflazione che aveva fatto lievitare certi pesi, sia il fatto che molti cittadini tenuti a pagare censi enfiteutici e canoni di affitto o chiedevano riduzioni o, addirittura, non pagavano. Fino a quando gli enti laicali avevano conservato la propria autonomia tutto, almeno economicamente, era andato bene e frequentemente il Comune aveva fatto ricorso alle loro ricchezze. L’incameramento dei loro averi all’ente pubblico e la vendita, qualche volta, ai privati, aveva cambiato notevolmente lo stato di salute delle finanze della Beneficenza, naturalmente in senso peggiorativo. Quando la congrega di carità fu soppressa, a causa anche di questo dissesto economico, ad essa subentrò l’Ente Comunale di Assistenza.

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